Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Dopo vari impieghi
nel settore alberghiero e come benzinaio, ha lavorato per ben
trentuno anni alla micidiale catena di montaggio della Fiat
Mirafiori, a Torino.
Poeta autodidatta, “mail artista” e studioso di
astrologia, vive tuttora nella capitale italiana
dell’automobile. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche:
Il dio-boomerang (1978); Frammenti dell’immagine spezzata
(1981); Di nuovo l’utopia (1984); Delta & grido (1988);
Idolatria di un’assenza (1994); Fuoco dipinto (2002); La
difficile luce (2005); Il sentire celeste (in e-book, 2006);
Dentro una sospensione (2007).
I versi di Serino sono costruiti, non a caso, attraverso la
tecnica del monologo interiore, che, spinto all’estremo,
sconfina nel flusso di coscienza: i pensieri vengono
riprodotti su carta così come affluiscono alla mente, saltando
i nessi grammaticali, logici e cronologici.
Il poeta vuole rappresentarli in presa diretta, senza
mediazione alcuna, per rendere palpabile al lettore la
condizione psicologica alienata dell’operaio.
Così salta anche la punteggiatura, i piani narrativi si
intrecciano, il “prima” si fonde col “poi”.
Non esiste un “tempo di fabbrica” e un “tempo di libertà”,
separati l’uno dall’altro. Anche quando l’operaio è a casa con
la famiglia, a letto con la moglie, nell’intimità
dell’amplesso, nella dimensione ludica del rapporto affettivo
con la figlioletta, la fabbrica è sempre presente, nel
pensiero, con i suoi rumori, i suoi ritmi, le sue ansie ed i
suoi pericoli.
Pure il verso prende un ritmo incessante, come quello della
catena di montaggio. Solo qualche enjambement consente una
pausa, poi il macchinario continua a girare, costringendo
l’operaio ad inseguirlo, ad adeguare i propri tempi a quelli
del mostro tecnologico.
E’ questa la “qualità totale” di cui tanto si parla. L’impresa
impone la propria centralità, precludendo ogni spazio
esistenziale privato all’operaio, assumendo una funzione
totalizzante.
Si noti, inoltre, il clima di angoscia incessante, che domina
i versi di Serino.
Le immagini degli omicidi bianchi, le morti violente, che si
susseguono in fabbrica, come lampi al magnesio, esplodono
nella sua mente, impedendogli una vita “normale”; rimangono
impigliati nei meccanismi della macchina e ossessionano il
poeta in ogni momento del suo ciclo vitale, che ne risulta
irrimediabilmente alterato.
Su tutto (sentimenti, valori) domina il plusvalore, che Taylor
diceva furbescamente di voler ridurre in un cantuccio. La
produzione, secondo lui, avrebbe raggiunto vette così alte che
il problema della distribuzione del plusvalore sarebbe
diventato marginale.
Ma nei decenni il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato
progressivamente, senza che ciò contribuisse ad eliminare
l’alienazione del lavoratore.
Come osserva giustamente Serino, l’operaio, anzi, resta
impigliato in un nuovo ciclo alienante,
“produci-consuma-produci”, diventa vittima sacrificale per un
nuovo “dio-mammona”, “pedina in massacri calcolati”.
Traspare dalle poesie del Nostro (sin dai titolo delle
raccolte: Il dio-boomerang; e poi nelle immagini bibliche
ricorrenti: l’operaio come Cristo crocifisso, le presenze
diaboliche che affiorano qua e là) una religiosità violata,
tradita da un ordine sociale cinico, che calpesta persino le
leggi di natura, i principi evangelici.
Antonio Catalfamo
Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO – Poeti operai
[numero monografico n. 730, maggio 2008]
- - - -
PROLETARI
1
distinzioni di classi
niente di nuovo la storia si ripete
noi pendolari voi vampiri
dell'industria che evadete il fisco
(imboscando capitali sindona insegna)
ed esponete le chiappe al solleone
sulla costa azzurra o smeralda
(lontani dal nostro morire -
in città-vortice sangue solare
innalziamo piramidi umane
per l'alba di mammona)
dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo
(burattinai per vocazione
di questa babele tecnocratica)
averci diseredati crocifissi
con bulloni a catene di montaggio
2
cieche corse cronometriche
cottimi barattati con la salute
pensieri accartocciati desideri
condannati a morte
uccidi la tua anima per otto ore
sventola la tua bandiera-di-carne
produci-consuma-produci
per il dio-mammona per il benessere (di chi?!)
sei bestia per il giogo del potere
pedina in massacri calcolati
SPIRALE
metti la caffettiera sul gas
il tempo di fare l'amore
la casa un'isola nella nebbia
di ieri nella testa il grido dell'officina
non ti avanza tempo per buttare su carta
quattro versi che ti frullano nel cervello
la bimba vuol passare nel lettone sorridi
per il polistirolo ritrovatosi in bocca
con la torta ieri il suo compleanno
trepiderai ancora una volta al ritorno
davanti alla cassetta delle lettere
e la moglie a dire qui facciamo i salti
mortali per quadrare il bilancio
il borbottìo del caffè ti alzi
esci e penetri il muro di nebbia
nella testa il grido stridulo d'officina
a cui impigliati restano brandelli
d'anima e carne
d'un'altra settimana di passione
stasera deporrai la croce
LINEA DI MONTAGGIO
lo hanno visto inginocchiarsi
davanti alla centoventesima vettura: come se
volesse specchiarvisi o adorare
il dio-macchina:
46 anni: infarto - parole
di circostanza chi deve informare la
famiglia - l'attimo
di sconcerto poi li risucchia il ritmo
vorticante: come se nulla
sia accaduto: la produzione
innanzitutto
MORTE BIANCA
al paese (le donne avvolte
in scialli si segnano ai lampi)
hanno saputo di stefano volato
dall'impalcatura come angelo senz'ali
- non venire a mettere radici - scriveva al fratello
minore - qui anche tu nella
città di ciminiere e acciaio: qui dove
mangio pane e rabbia: dove si vive
in mano a volontà cieche
UOMO TECNOLOGICO
parabole di carne convertite in
plusvalore - l'anima canta nell'acciaio - pensieri
decapitati al dileguarsi di essenze: vuota
occhiaia del giorno dilatato:
coscienza che si lacera all'infinito
L’ANIMA TESA SUL GRIDO
l’anima tesa sul grido
dopo otto ore alla catena
neanche la voglia di parlare
davanti alla tivù-caminetto
e morfeo ti apre le braccia
(impigliàti nello stridìo
della macchina
brandelli di coscienza)
domani ancora una pena
l'anima tesa sul grido
del giorno
in spirali di alienazione
OLOCAUSTO
immolato al moloch del consumo
deponi la croce delle otto ore lasciando
brandelli di anima lungo la catena
biascichi parole di fumo prima del sonno e sogni
strappare alla vita il sorriso ammanettato
dal giorno tieni in vita la tua morte tra vortici
dell'essere e trucioli d'acciaio rovente ti farà
fuori una overdose di nevrosi-solitudine
cuore-senza-paese immolato al moloch
dei consumi il sangue vorticante nella babele di
pacifici massacri offerta quotidiana
[Le poesie si riferiscono al periodo degli anni 80]
sabato 17 luglio 2010
sabato 3 luglio 2010
Poetries
FELICE SERINO - POETRIES
1
TRANSLATIONS: MARIA LETIZIA FILOMENO
IN THE MIDDLE OF ITS WAY THE NIGHT
in the middle of its way the night
swallows the last light - makes
bodies hostages
in a ethereal world - closer to us -
the dream starts playing
I DREAM MYSELF
I-not-I exist
before and inside the mirror (a
distance separates me: as
if I lived in another part) I live I stir
inside a vivid dream: I dream
myself - sand creature
FLIES STREAK THE INDIGO
(flies streak the indigo
moving off the sunset)
you bleed yourself like this light -
from the slits
of tumbledown walls you spies
the deprived years in your heart:
the childhood rises
inside you like a sun (the poured
blood in the light): the explosion
of the dreams that opened
the mornings - the innocent
light into the weeping eyes
of that child with his kite -
disappearing in the deep-sky-blue...
THE INK CRY
God exiliated
behind man's
eyes
opens the night casket
IN THE LASTING-LIGHT
the hot hours: they were
summers hard to die
the mad running and the grazed
knees in the lasting- light:
another bite
at the bloody pulp of the day - do you remember? -
LIFE
let me become ash
to a new adamantine
birth
in the dry air-of-fire
let
me wet up to the heart
of your saliva's light
I wanna feel my being
wrapped into the eddy
of the your cosmic funnel of your hungry empty
LIGHT-BLUE
passage from
black to white
the ascent to light
light-blue the delirating blue
of mallarmé the vocal
o of rimbaud
the light-blue rose
light-blue: the whole sky
in the eyes
light-blue mantle
of Mary
VERSES TO LOVE
my heart irradiates sunlight
my heart that wanna be burnt
to become ashes into your arms
where Beauty raves -
your sight becomes star
where the sky begins nice
butterfly-soul
in your unforeseeable fly
ARCHETYPES
(written few minutes after the waking up at dawn of 14/5/04)
(like when in the evening you don't realize
to fall into the arms of Morpheus and desire
your last farewell)
the undetermined moment is a point floating
in the air from which start unforeseeable
lines of dreams dear
to dalì that give back light to archetypes and have
a self-life in their blood
IMMIGRATED
this man: sadness of a bare tree
remains of life open
wound - eyes that loose
fragments of sky -
this man become
a torch -
to play -
pointed at with fingers: the "one" to burn
1
TRANSLATIONS: MARIA LETIZIA FILOMENO
IN THE MIDDLE OF ITS WAY THE NIGHT
in the middle of its way the night
swallows the last light - makes
bodies hostages
in a ethereal world - closer to us -
the dream starts playing
I DREAM MYSELF
I-not-I exist
before and inside the mirror (a
distance separates me: as
if I lived in another part) I live I stir
inside a vivid dream: I dream
myself - sand creature
FLIES STREAK THE INDIGO
(flies streak the indigo
moving off the sunset)
you bleed yourself like this light -
from the slits
of tumbledown walls you spies
the deprived years in your heart:
the childhood rises
inside you like a sun (the poured
blood in the light): the explosion
of the dreams that opened
the mornings - the innocent
light into the weeping eyes
of that child with his kite -
disappearing in the deep-sky-blue...
THE INK CRY
God exiliated
behind man's
eyes
opens the night casket
IN THE LASTING-LIGHT
the hot hours: they were
summers hard to die
the mad running and the grazed
knees in the lasting- light:
another bite
at the bloody pulp of the day - do you remember? -
LIFE
let me become ash
to a new adamantine
birth
in the dry air-of-fire
let
me wet up to the heart
of your saliva's light
I wanna feel my being
wrapped into the eddy
of the your cosmic funnel of your hungry empty
LIGHT-BLUE
passage from
black to white
the ascent to light
light-blue the delirating blue
of mallarmé the vocal
o of rimbaud
the light-blue rose
light-blue: the whole sky
in the eyes
light-blue mantle
of Mary
VERSES TO LOVE
my heart irradiates sunlight
my heart that wanna be burnt
to become ashes into your arms
where Beauty raves -
your sight becomes star
where the sky begins nice
butterfly-soul
in your unforeseeable fly
ARCHETYPES
(written few minutes after the waking up at dawn of 14/5/04)
(like when in the evening you don't realize
to fall into the arms of Morpheus and desire
your last farewell)
the undetermined moment is a point floating
in the air from which start unforeseeable
lines of dreams dear
to dalì that give back light to archetypes and have
a self-life in their blood
IMMIGRATED
this man: sadness of a bare tree
remains of life open
wound - eyes that loose
fragments of sky -
this man become
a torch -
to play -
pointed at with fingers: the "one" to burn
sabato 19 giugno 2010
recensione di Giuseppina Luongo Bartolini
Carissimo, ho “letto” i tuoi due ultimi volumi di cui mi hai
fatto parte: In una goccia di luce e Dentro una sospensione.
In entrambi i tuoi libri, si respira quell’aura del
trascendente che pone – al primo impatto – la tua lirica nel
clima della grande spiritualità del nostro tempo, che attinge
al metafisico, ai colori/sentimenti nella loro massima
espressione, dei valori assoluti, in cui riscontriamo il senso
ed il sublime della vita – della nostra esistenza.
La “luce” di cui tu parli, ed a cui tendi, attraversa ogni tua
parola, e rappresenta l’inizio e la proiezione del tuo
pensiero e della tua visione del mondo.
Mi limito a segnalarti – a te, autore – “… ricorda: sei parte
dell’Indicibile - sua /infinita Essenza // nato per la terra /
da uno sputo nella polvere”. E, altrove: “… essere e
proiezione / del Sé / (per speculum in aenigmate…”
La tua problematica – che risponde ai grandi interrogativi
dell’umanità, sul nostro globo-terraqueo, poggia sullo
squarcio degl’orizzonti lontani, nella visione di un “altro”
universo, a cui siamo diretti, rientra in un codice altamente
significativo. E la tua scrittura così netta, stagliata, come
ad es. “se nascere nella morte / è questa vita / breve sarà il
vagare…” è ariosa, limpida, anche se carica di domande che
ripongono nella Fede la loro risposta.
Posso dirti: continua, va avanti, procedi. La vita e l’arte
vanno di pari passo.
Giuseppina Luongo Bartolini
24 maggio 2009 [lettera privata]
fatto parte: In una goccia di luce e Dentro una sospensione.
In entrambi i tuoi libri, si respira quell’aura del
trascendente che pone – al primo impatto – la tua lirica nel
clima della grande spiritualità del nostro tempo, che attinge
al metafisico, ai colori/sentimenti nella loro massima
espressione, dei valori assoluti, in cui riscontriamo il senso
ed il sublime della vita – della nostra esistenza.
La “luce” di cui tu parli, ed a cui tendi, attraversa ogni tua
parola, e rappresenta l’inizio e la proiezione del tuo
pensiero e della tua visione del mondo.
Mi limito a segnalarti – a te, autore – “… ricorda: sei parte
dell’Indicibile - sua /infinita Essenza // nato per la terra /
da uno sputo nella polvere”. E, altrove: “… essere e
proiezione / del Sé / (per speculum in aenigmate…”
La tua problematica – che risponde ai grandi interrogativi
dell’umanità, sul nostro globo-terraqueo, poggia sullo
squarcio degl’orizzonti lontani, nella visione di un “altro”
universo, a cui siamo diretti, rientra in un codice altamente
significativo. E la tua scrittura così netta, stagliata, come
ad es. “se nascere nella morte / è questa vita / breve sarà il
vagare…” è ariosa, limpida, anche se carica di domande che
ripongono nella Fede la loro risposta.
Posso dirti: continua, va avanti, procedi. La vita e l’arte
vanno di pari passo.
Giuseppina Luongo Bartolini
24 maggio 2009 [lettera privata]
sabato 5 giugno 2010
recensione di Reno Bromuro
Le considerazioni di Felice Serino ci additano un significato più vasto della vitalità, perché esse ci mostrano che la vitalità non comprende solo il complesso degli impulsi diretti ed alla conservazione vegetativa, ma anche tutte quelle aspirazioni da esso sviluppate o dominate per la sua difesa e sicurezza.
«È salamandra
sorpresa immobile
che finge la morte»
Nella direzione di un simile finalismo anche la conoscenza diviene un mezzo e la verità si riduce ad un'utilità vitale della conoscenza. È questa appunto la tesi fondamentale della teoria pragmatista della conoscenza, che il nostro Poeta assicura all'immobilità della salamandra e con felice intuizione, coordina ai gradi dell'essere vitale. Da ciò risulta che oltre l'analogia con la vita vegetativa, valida solo nell'uomo dotato di spirito esiste anche una trasformazione umana del comportamento animale. Nelle espressioni del tipo:«sorpresa immobile», «che finge la morte», la singolarità dell'espressione, nella trasfigurazione artistica, raggiunge la sua espressione letteraria. Sotto questo punto di vista è molto importante il fatto che dai versi si riconosca quali sono gli impulsi dell'uomo e quali le radici della sua azione istintiva, guidata dall'«Io creativo» non solamente gli istinti elementari, ma anche la ricerca del timore e la curiosità, l'istinto comunitario e sociale, l'affermazione della propria personalità, come il bisogno di attività.
Sotto questo stesso punto di vista si possono considerare come sentimenti vitali in un senso più largo gli stati sensitivi di benessere o di preoccupazione, di serenità o di disperazione, come il crollo di quelle aspirazioni o una sovrabbondanza di stati sensitivi mostri l'incalzante approssimarsi del nulla, in quel «fingere la morte», fino a lasciar apparire privo di senso il prolungamento dell'esistenza fisica.
«ora m'incolpi del mio silenzio e
Tu dov'eri mi chiedi quando a migliaia
venivano spinti sotto le docce a gas
Io ero ognuno di quei poveracci in verità
ti dico Io sono la Vittima l'agnello la preda
del carnefice quando fa scempio
di un bambino innocente
Io sono quel bambino ricorda»
Ci rimane da considerare un terzo significato più ampio dei precedenti, per la sua stretta relazione con la vitalità originaria: desiderio d'amore, di essere amato e compreso. Quando si parla della vitalità di un oratore, di un polemista, di un artista o di un attore, non si allude né al corrispondente psichico dei fattori biologici, né alla sua espressione esistenziale, ma si vuol mettere in rilievo una qualità del carattere personale. In questo senso caratteriologico, inteso però nello stesso senso della veemenza dell'azione fisica che partecipa, senza curarsi del gesticolare selvaggio né una manifestazione di forza fìsica. Questa come quello possono essere anche solo accettati o adottati. Si può uscire dai gangheri per affermare il proprio io o per motivi di prestigio, si può fingere d'essere in collera ed eccitarsi alla collera.
«imbevuto del sangue della passione un cielo
di angeli folgora l'attesa vertiginosa
nella cattedrale del Sole dove ruotano
i mondi
è palpito bianco la colomba sacrificale» (Visione)
Invece il Serino alla vitalità del carattere abbina la vitalità fisica e la unisce all'espressione della vita dello spirito e la determina con la propria profondità. Nei confronti della pura e semplice disposizione rappresenta un più alto grado di attuazione e quindi un progresso nello sviluppo naturale della personalità poetica. Questo rapporto psichico lascia supporre che in seguito all'eccitazione del campo vitale che porta con sé, esso dev'essere legato ad un'elevata suggestionabilità, che eleva il più alto possibile «L'io ideale».
«oltre lei forse fra le stelle
dura quel sorriso che nell'aria
ti appare ora sospeso come fumo»
Nella totalità dell'esperienza, Felice Serino, individuo umano si presenterebbe come due uomini relativamente autonomi, uno dei quali può definirsi come «sospeso come fumo» a causa del raziocinio che in esso ha il sopravvento, mentre l'altro potrebbe chiamarsi «la preda/del carnefice quando fa scempio potenziale primitivo», per lo scarso influsso esercitato dalla critica.
L'artista, nel nostro caso il Poeta che adopera queste denominazioni deve essere accorto e ascoltare, senza reticenze il suggerimento del «Sé razionale» per avere un'Arte maggiore, ma fino a quando farà prevalere «Io creativo» avrà sempre un'opera di persona primitiva. Non che questo sia un male, certo! Ma l'Arte maggiore ha necessità dell'aiuto incondizionato del «Sé razionale». Lo stesso Vittorio Alfieri ci suggerisce di: «scrivere, verseggiare, correggere» ciò significa, che per avere un'arte maggiore, prima ci si deve donare interamente all'«Io creativo», poi chiamare in aiuto il «Sé razionale» ed ecco che quando si passa alla correzione di qualche «refuso» si ha la felicità di aver ottenuto l'Arte maggiore. Per giustificare quest'atteggiamento, occorre risvegliare l'io cosciente, in modo che l'opera sia veramente maggiore, cioè che appartenga a tutti e non sia solo dell'autore.
«anch'io in sorte ho avuto una croce la Croce
la più abietta la benedetta
anch'io ho urlato a un cielo muto e distante
Padre perché
perché solo mi lasci in quest'ora di cenere e pianto»
Nonostante l'effettiva bipolarità tra «L'io creativo» e il «Sé razionale» l'io personale, l'unità dell'individuo umano non deve rimanere inalterata nell'esperienza del «sé», la cui differenziazione rispetto all'io si manifesta già empiricamente nelle espressioni: «conoscenza di sé», «affermazione di sé», «ricerca di sé».
© Recensione a cura di Reno Bromuro
«È salamandra
sorpresa immobile
che finge la morte»
Nella direzione di un simile finalismo anche la conoscenza diviene un mezzo e la verità si riduce ad un'utilità vitale della conoscenza. È questa appunto la tesi fondamentale della teoria pragmatista della conoscenza, che il nostro Poeta assicura all'immobilità della salamandra e con felice intuizione, coordina ai gradi dell'essere vitale. Da ciò risulta che oltre l'analogia con la vita vegetativa, valida solo nell'uomo dotato di spirito esiste anche una trasformazione umana del comportamento animale. Nelle espressioni del tipo:«sorpresa immobile», «che finge la morte», la singolarità dell'espressione, nella trasfigurazione artistica, raggiunge la sua espressione letteraria. Sotto questo punto di vista è molto importante il fatto che dai versi si riconosca quali sono gli impulsi dell'uomo e quali le radici della sua azione istintiva, guidata dall'«Io creativo» non solamente gli istinti elementari, ma anche la ricerca del timore e la curiosità, l'istinto comunitario e sociale, l'affermazione della propria personalità, come il bisogno di attività.
Sotto questo stesso punto di vista si possono considerare come sentimenti vitali in un senso più largo gli stati sensitivi di benessere o di preoccupazione, di serenità o di disperazione, come il crollo di quelle aspirazioni o una sovrabbondanza di stati sensitivi mostri l'incalzante approssimarsi del nulla, in quel «fingere la morte», fino a lasciar apparire privo di senso il prolungamento dell'esistenza fisica.
«ora m'incolpi del mio silenzio e
Tu dov'eri mi chiedi quando a migliaia
venivano spinti sotto le docce a gas
Io ero ognuno di quei poveracci in verità
ti dico Io sono la Vittima l'agnello la preda
del carnefice quando fa scempio
di un bambino innocente
Io sono quel bambino ricorda»
Ci rimane da considerare un terzo significato più ampio dei precedenti, per la sua stretta relazione con la vitalità originaria: desiderio d'amore, di essere amato e compreso. Quando si parla della vitalità di un oratore, di un polemista, di un artista o di un attore, non si allude né al corrispondente psichico dei fattori biologici, né alla sua espressione esistenziale, ma si vuol mettere in rilievo una qualità del carattere personale. In questo senso caratteriologico, inteso però nello stesso senso della veemenza dell'azione fisica che partecipa, senza curarsi del gesticolare selvaggio né una manifestazione di forza fìsica. Questa come quello possono essere anche solo accettati o adottati. Si può uscire dai gangheri per affermare il proprio io o per motivi di prestigio, si può fingere d'essere in collera ed eccitarsi alla collera.
«imbevuto del sangue della passione un cielo
di angeli folgora l'attesa vertiginosa
nella cattedrale del Sole dove ruotano
i mondi
è palpito bianco la colomba sacrificale» (Visione)
Invece il Serino alla vitalità del carattere abbina la vitalità fisica e la unisce all'espressione della vita dello spirito e la determina con la propria profondità. Nei confronti della pura e semplice disposizione rappresenta un più alto grado di attuazione e quindi un progresso nello sviluppo naturale della personalità poetica. Questo rapporto psichico lascia supporre che in seguito all'eccitazione del campo vitale che porta con sé, esso dev'essere legato ad un'elevata suggestionabilità, che eleva il più alto possibile «L'io ideale».
«oltre lei forse fra le stelle
dura quel sorriso che nell'aria
ti appare ora sospeso come fumo»
Nella totalità dell'esperienza, Felice Serino, individuo umano si presenterebbe come due uomini relativamente autonomi, uno dei quali può definirsi come «sospeso come fumo» a causa del raziocinio che in esso ha il sopravvento, mentre l'altro potrebbe chiamarsi «la preda/del carnefice quando fa scempio potenziale primitivo», per lo scarso influsso esercitato dalla critica.
L'artista, nel nostro caso il Poeta che adopera queste denominazioni deve essere accorto e ascoltare, senza reticenze il suggerimento del «Sé razionale» per avere un'Arte maggiore, ma fino a quando farà prevalere «Io creativo» avrà sempre un'opera di persona primitiva. Non che questo sia un male, certo! Ma l'Arte maggiore ha necessità dell'aiuto incondizionato del «Sé razionale». Lo stesso Vittorio Alfieri ci suggerisce di: «scrivere, verseggiare, correggere» ciò significa, che per avere un'arte maggiore, prima ci si deve donare interamente all'«Io creativo», poi chiamare in aiuto il «Sé razionale» ed ecco che quando si passa alla correzione di qualche «refuso» si ha la felicità di aver ottenuto l'Arte maggiore. Per giustificare quest'atteggiamento, occorre risvegliare l'io cosciente, in modo che l'opera sia veramente maggiore, cioè che appartenga a tutti e non sia solo dell'autore.
«anch'io in sorte ho avuto una croce la Croce
la più abietta la benedetta
anch'io ho urlato a un cielo muto e distante
Padre perché
perché solo mi lasci in quest'ora di cenere e pianto»
Nonostante l'effettiva bipolarità tra «L'io creativo» e il «Sé razionale» l'io personale, l'unità dell'individuo umano non deve rimanere inalterata nell'esperienza del «sé», la cui differenziazione rispetto all'io si manifesta già empiricamente nelle espressioni: «conoscenza di sé», «affermazione di sé», «ricerca di sé».
© Recensione a cura di Reno Bromuro
sabato 22 maggio 2010
Per una prefazione
Per una Prefazione a "La difficile luce"- 2005, di
Felice Serino (rimasta inedita)
Felice Serino è un poeta nella maniera più singolare del
termine e già nel 2002 il suo linguaggio si era fatto
chimerico e antitradizionale nella raccolta " Fuoco
dipinto ", intervallato dai commenti del fraterno suo
amico Luca Rossi.
Ora torna a farsi rileggere con " La difficile luce ",
quasi un suo procedere nel buio alla ricerca di molecole
di luce, tanta luce che egli sente come irraggiungibile
e misterica.
Parafrasando un concetto daliniano dell'opera pittorica
dell'artista spagnolo, dal titolo " Galatea con sfere "
del 1952, Felice Serino ha scelto, come immagine di
copertina per il suo libro, proprio questo dipinto di
Salvador Dalì in cui il volto di una donna (Gala, la
musa-compagna di Dalì) è nel
raggruppamento/allontanamento di sfere di varie
grandezze e quasi opalescenti.
Dalì era pervaso da idee spesso provenienti da incubi e
deliri, che egli magistralmente - interpretando la voce
notturna del suo inconscio - riportò sulle sue tele e
nacquero capolavori densi di soggettivismo e
ambientazioni oniriche, dove è facile il ravvisamento
dei simboli provenienti dal significato dei sogni
secondo Sigmund Freud , conosciuto dal pittore nel
luglio 1938.
Il confronto Serino/Dalì è nato per la scelta di questa
immagine iniziale, posta sulla copertina del suo
florilegio poetico e da qui parte la cosiddetta
dematerializzazione della poesia da parte dell'autore
che, in un certo qual modo, ha tentato la via per andare
all'origine di quest'arte,così da riassaporarne
l'energia primordiale.
La primordialità era nella non-coesione delle molecole,
delle sfere sospese nello spazio ancora nella sua fase
di abbozzo e lo stile poetico di Serino è fluttuante,
allo stesso modo delle sfere, e anche mistico. Il
sentimento acritico dell'autore ha fatto sì che egli
scrivesse dei pregevoli versi anche per il Mahatma
Gandhi: "miracolo il sorriso/ interiore/ mentre il mondo
ti ringhia addosso/ ti offri s'apre una rosa/ di
sangue/ nel Cielo un canto d'alleluja/".
Comunque è tutto un percorso ondeggiante quello
intrapreso dal poeta che non ama quel senso stagnante
che s'impossessa delle cose, per cui l'andamento poetico
resta indeciso, come indecisa è la luce da lui
inseguita: "a metà del suo corso la notte/ inghiotte
l'ultima luce - rende/ suoi ostaggi i corpi/ su un mondo
immateriale - più nostro -/ il sogno apre il sipario ".
(Da " A metà del suo corso la notte ").
Se questa condizione di 'difficile luce' è stata per
Felice Serino un motivo di versificazione, allora
bisogna dire che non è stato poi così arduo descriverla
nella fluitazione dei propri propositi.
Poetessa Critico Isabella Michela Affinito
Felice Serino (rimasta inedita)
Felice Serino è un poeta nella maniera più singolare del
termine e già nel 2002 il suo linguaggio si era fatto
chimerico e antitradizionale nella raccolta " Fuoco
dipinto ", intervallato dai commenti del fraterno suo
amico Luca Rossi.
Ora torna a farsi rileggere con " La difficile luce ",
quasi un suo procedere nel buio alla ricerca di molecole
di luce, tanta luce che egli sente come irraggiungibile
e misterica.
Parafrasando un concetto daliniano dell'opera pittorica
dell'artista spagnolo, dal titolo " Galatea con sfere "
del 1952, Felice Serino ha scelto, come immagine di
copertina per il suo libro, proprio questo dipinto di
Salvador Dalì in cui il volto di una donna (Gala, la
musa-compagna di Dalì) è nel
raggruppamento/allontanamento di sfere di varie
grandezze e quasi opalescenti.
Dalì era pervaso da idee spesso provenienti da incubi e
deliri, che egli magistralmente - interpretando la voce
notturna del suo inconscio - riportò sulle sue tele e
nacquero capolavori densi di soggettivismo e
ambientazioni oniriche, dove è facile il ravvisamento
dei simboli provenienti dal significato dei sogni
secondo Sigmund Freud , conosciuto dal pittore nel
luglio 1938.
Il confronto Serino/Dalì è nato per la scelta di questa
immagine iniziale, posta sulla copertina del suo
florilegio poetico e da qui parte la cosiddetta
dematerializzazione della poesia da parte dell'autore
che, in un certo qual modo, ha tentato la via per andare
all'origine di quest'arte,così da riassaporarne
l'energia primordiale.
La primordialità era nella non-coesione delle molecole,
delle sfere sospese nello spazio ancora nella sua fase
di abbozzo e lo stile poetico di Serino è fluttuante,
allo stesso modo delle sfere, e anche mistico. Il
sentimento acritico dell'autore ha fatto sì che egli
scrivesse dei pregevoli versi anche per il Mahatma
Gandhi: "miracolo il sorriso/ interiore/ mentre il mondo
ti ringhia addosso/ ti offri s'apre una rosa/ di
sangue/ nel Cielo un canto d'alleluja/".
Comunque è tutto un percorso ondeggiante quello
intrapreso dal poeta che non ama quel senso stagnante
che s'impossessa delle cose, per cui l'andamento poetico
resta indeciso, come indecisa è la luce da lui
inseguita: "a metà del suo corso la notte/ inghiotte
l'ultima luce - rende/ suoi ostaggi i corpi/ su un mondo
immateriale - più nostro -/ il sogno apre il sipario ".
(Da " A metà del suo corso la notte ").
Se questa condizione di 'difficile luce' è stata per
Felice Serino un motivo di versificazione, allora
bisogna dire che non è stato poi così arduo descriverla
nella fluitazione dei propri propositi.
Poetessa Critico Isabella Michela Affinito
sabato 8 maggio 2010
recensione di Fabio Greco
VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA
Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo
piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie
più riuscite, tratte da quattro volumi ("Il dio-boomerang" 1978;
"Frammenti dell'immagine spezzata" 1981; "Di nuovo l'utopia"
1984; "Delta & grido" 1988, in un'opera unica inserendo anche
la sua ultima silloge "Idolatria di un'assenza".
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così
sintetizza: "Le poesie della presente raccolta non hanno
metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono
solo all'estrosità della penna matura dell'autore che ha avuto
il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai
stancare la sensibilità del lettore".
Giustamente, è la maturità dell'autore che si erge a vele
spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva:
il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l'ambiguità,
l'importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice
verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di "fondo", sa stare in superficie
ed è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose:
"la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso
come il cuore"; il suo grido si alza, là dove necessita,
nell'universale stordimento degli eventi: "ma sarò ancora la
denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che
urla / la storia attraverso i miei squarci".
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite
anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri.
Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico:
"gli anni che il volto grida l'amore / cristallizzato le notti che
si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi /
di vita o voli della memoria oltre l'urlo" oppure: "tua anima di
uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido /
dell'inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti
fanno / a brani mentre bagliori d'insegne scheggiano la /
coscienza lampeggiando".
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro
autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: "da albe
incancrenite si alzano babeli / che imbavagliano il grido / di
coscienze impiccate / a capestri di profitti" per poi subentrare
una voce pacata, quasi melanconica: "detrito / dei delta ove
tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come /
giuda col tuo peso / di terra".
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo
premurosamente "lasciamo il posto alle macchine", nell'
insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a
troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che
"le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono
leggi"): "al trillo della sveglia c'è chi si fa / il segno della croce
mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con
una / bestemmia c'è chi sventola una bandiera / di carne e
chi miete denaro di / sangue uno chiude l'anno con un volo /
dall'impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno /
in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo
in tivù".
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo "Idolatria
di un'assenza" è una continua scoperta di immagini vive
viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un'
altezza e un'angolatura sempre differenti: "li inghiottirà una
fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di
ragno che tesse latitanze" là dove l'uomo si aliena da se
stesso anziché dal resto del mondo: "recita la propria
morte e finge / di fingere per essere autentico".
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro
concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui
che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di
riuscire a capire: "lancerà l'orso il suo / anatema / sugli
uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra /
sé e la sua fine".
Fabio Greco
["reportage" - n. 21/'94]
Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo
piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie
più riuscite, tratte da quattro volumi ("Il dio-boomerang" 1978;
"Frammenti dell'immagine spezzata" 1981; "Di nuovo l'utopia"
1984; "Delta & grido" 1988, in un'opera unica inserendo anche
la sua ultima silloge "Idolatria di un'assenza".
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così
sintetizza: "Le poesie della presente raccolta non hanno
metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono
solo all'estrosità della penna matura dell'autore che ha avuto
il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai
stancare la sensibilità del lettore".
Giustamente, è la maturità dell'autore che si erge a vele
spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva:
il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l'ambiguità,
l'importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice
verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di "fondo", sa stare in superficie
ed è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose:
"la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso
come il cuore"; il suo grido si alza, là dove necessita,
nell'universale stordimento degli eventi: "ma sarò ancora la
denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che
urla / la storia attraverso i miei squarci".
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite
anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri.
Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico:
"gli anni che il volto grida l'amore / cristallizzato le notti che
si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi /
di vita o voli della memoria oltre l'urlo" oppure: "tua anima di
uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido /
dell'inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti
fanno / a brani mentre bagliori d'insegne scheggiano la /
coscienza lampeggiando".
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro
autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: "da albe
incancrenite si alzano babeli / che imbavagliano il grido / di
coscienze impiccate / a capestri di profitti" per poi subentrare
una voce pacata, quasi melanconica: "detrito / dei delta ove
tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come /
giuda col tuo peso / di terra".
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo
premurosamente "lasciamo il posto alle macchine", nell'
insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a
troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che
"le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono
leggi"): "al trillo della sveglia c'è chi si fa / il segno della croce
mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con
una / bestemmia c'è chi sventola una bandiera / di carne e
chi miete denaro di / sangue uno chiude l'anno con un volo /
dall'impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno /
in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo
in tivù".
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo "Idolatria
di un'assenza" è una continua scoperta di immagini vive
viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un'
altezza e un'angolatura sempre differenti: "li inghiottirà una
fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di
ragno che tesse latitanze" là dove l'uomo si aliena da se
stesso anziché dal resto del mondo: "recita la propria
morte e finge / di fingere per essere autentico".
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro
concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui
che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di
riuscire a capire: "lancerà l'orso il suo / anatema / sugli
uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra /
sé e la sua fine".
Fabio Greco
["reportage" - n. 21/'94]
sabato 24 aprile 2010
da Cospirazioni di Altrove
Felice Serino
Cospirazioni di Altrove
-sospensioni trasparenze echi-
2010
mistero l’Altrove
da cui si parte / di cui si è parte
miracolo d’amore – fuori e dentro
noi – la vita che si apre: cospirazioni
*
A STEPHANE MALLARME’
tenue rosa d’albore
nel cuore fiorite di cielo
*
HO SOGNATO DI ESSERE TRASPARENTE
vortico in un vento
di luce
da fenditure di un sogno
spio il mondo
*
CONSAPEVOLEZZA DELL’ESSERE
tanto piccolo sei e disperso
come pulce sul dorso di un mulo *
ma il cuore che non può morire
infiniti universi racchiude
*da una frase di Erri De Luca
intervistato dopo il terremoto di Haiti
*
EMANUEL SWEDENBORG
lasciami entrare nel tuo sogno
adesso che col soffio di Dio
ne scrivi pagine ineffabili
pensieri pettinati di luce
eccelsa danza dell’aria
dalle labbra della notte stanotte
mi pare udire da un-dove-che-non-so
una sinfonia da musica delle sfere
lascia emanuel che entri
nel tuo Sogno
*
NELL’URLO
(mercoledì delle Ceneri)
nel giro delle braccia
le acque del mutamento – le mani
a impugnare il limite
penetrare in sé
nel profondo – eredità
di cicatrici – dove si tende
una strada nel cielo
rigenerarsi nell’urlo
della croce
*
UNA LUCE
non sarai tu a scagliarla la pietra
che negli anni sfasati
più d’una volta tornasti contrito
a casa anche se non ti fu
ammazzato il vitello grasso
che ti specchiasti nel fondo più nero
del nero anche se non s’udì
canto di gallo quando
tradisti la vita spinto ad un atto
anticonservativo
che infine piegato
dalla croce una luce
a forma di un angelo fu
a strapparti dall’oscenità
del tuo tempo facendoti espandere
in un’emorragia di versi e di
energia positiva
che nel viola del tramonto
fosti padre e ora nel tempo
declinante sarà forse tua figlia
che ti farà da madre
Cospirazioni di Altrove
-sospensioni trasparenze echi-
2010
mistero l’Altrove
da cui si parte / di cui si è parte
miracolo d’amore – fuori e dentro
noi – la vita che si apre: cospirazioni
*
A STEPHANE MALLARME’
tenue rosa d’albore
nel cuore fiorite di cielo
*
HO SOGNATO DI ESSERE TRASPARENTE
vortico in un vento
di luce
da fenditure di un sogno
spio il mondo
*
CONSAPEVOLEZZA DELL’ESSERE
tanto piccolo sei e disperso
come pulce sul dorso di un mulo *
ma il cuore che non può morire
infiniti universi racchiude
*da una frase di Erri De Luca
intervistato dopo il terremoto di Haiti
*
EMANUEL SWEDENBORG
lasciami entrare nel tuo sogno
adesso che col soffio di Dio
ne scrivi pagine ineffabili
pensieri pettinati di luce
eccelsa danza dell’aria
dalle labbra della notte stanotte
mi pare udire da un-dove-che-non-so
una sinfonia da musica delle sfere
lascia emanuel che entri
nel tuo Sogno
*
NELL’URLO
(mercoledì delle Ceneri)
nel giro delle braccia
le acque del mutamento – le mani
a impugnare il limite
penetrare in sé
nel profondo – eredità
di cicatrici – dove si tende
una strada nel cielo
rigenerarsi nell’urlo
della croce
*
UNA LUCE
non sarai tu a scagliarla la pietra
che negli anni sfasati
più d’una volta tornasti contrito
a casa anche se non ti fu
ammazzato il vitello grasso
che ti specchiasti nel fondo più nero
del nero anche se non s’udì
canto di gallo quando
tradisti la vita spinto ad un atto
anticonservativo
che infine piegato
dalla croce una luce
a forma di un angelo fu
a strapparti dall’oscenità
del tuo tempo facendoti espandere
in un’emorragia di versi e di
energia positiva
che nel viola del tramonto
fosti padre e ora nel tempo
declinante sarà forse tua figlia
che ti farà da madre
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